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Il giorno della Streif


streif

Generalmente è l’ultimo sabato di gennaio. Un paese intero si ferma così come ogni singolo appassionato del circo bianco. È la pista regina, è terrificante, è la gara delle gare, è il giorno della Streif ed un trionfo qui può valere un’intera carriera.

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È il trofeo dell’Hahnenkamm-Rennen che tradotto non vuol dire nient’altro che “cresta del gallo”, in riferimento alle cime alpine che sovrastano la località che lo ospita, la cittadina di Kitzbuhel.

È un evento sportivo carico di storia. La prima edizione si presume risalga addirittura al 1895, oltre un secolo fa. La leggenda narra che qui, in un rifugio adiacente alla pista, nacque nel 1965 la coppa del mondo di sci.

È anche un appuntamento mondano che vede cronicamente presente il vecchio patron della F1, Bernie Ecclestone, in compagnia di una folla di 50000 appassionati provenienti da tutta Europa.

Il tutto dura due minuti scarsi, solo due minuti in un anno. In quei due minuti però sotto gli sci passa il massimo che questo sport possa offrire. In quei due minuti si percorrono i 3,3 km che separano i 1665 mt dello start dagli 860 mt dell’arrivo, il problema è il come… pronti? Via!

Pochi secondi e si è già oltre i 100 km/h, una velocità che su un semplice paio di sci non è raccomandabile per nessuno, provare per credere, chi ne è in grado.

Curva a sx e si cade nella “Mausefalle”, la “trappola per topi”, un baratro che comporta un volo annesso da 50 mt, dopodiché la pendenza non diminuisce, anzi…

Si piega nuovamente verso sx con sci esterno che sbatte all’inverosimile senza avere il tempo per rilassarsi, subito si deve sterzare secchi a dx, poi a sx e poi ancora a dx. Sono tre curvoni in cui bisogna aggrapparsi al terreno oltre che con le lamine anche con le mani, e non è un eufemismo…

L’ultimo dei 3 è la “Steilhang”, completamente in contropendenza, un passaggio chiave dove spesso si decide il risultato finale. Fondamentale mollare gli sci il prima possibile e tentare di resistere per non impattare ma solo sfiorare il teloni di protezione esterni. Non è così semplice, qua gli sciatori cadono come le foglie  dagli alberi in autunno. Certo, se poi ti chiami Bode Miller è un altro discorso, allora puoi anche decidere di saltarci sopra con gli sci piatti e sgusciare via, chapot!

La beffa è che in uscita ci sono ben 20 secondi di stradina completamente piatta per cui chi esce forte dalla “Steilhang” si porta dietro la velocità per tutto questo lungo tratto, in altre parole rischia di andare a vincere. È paradossale ma la discesa più difficile del mondo spesso si decide in questo banale pezzo di puro e semplice scivolamento.

Giusto il tempo di tirare il fiato e si è già sul salto dell’Alte-Schnaise cui segue un altro muro dove si acquisisce ancora una velocità folle, appoggio a sx, cambio rapido a dx ed altro volo. Si atterra già in piega per impostare il curvone “Seidlalm” che immette nel canalino, anche qui rasentando le reti di protezione esterne. Tanto per rendere l’idea è qui che Freddie Nyberg, per una leggera spigolata, ci lasciò una fila di denti.

Segue subito il curvone “Larchenschuss” da tirare fino all’ultimo centimetro perché poi c’è il secondo ed ultimo tratto di scivolamento con addirittura, udite-udite, un piccola salitella. E grazie al cielo, perché questa frena leggermente gli sci. Ciò nonostante, dietro d’essa, il terreno sparisce comunque da sotto i piedi e si vede solo l’arco cronicamente sponsorizzato Red Bull. L’arco non è casuale è come se fosse la porta d’ingresso che immette nella parte finale della pista, l’apoteosi.

Nonostante la velocità sia ridotta si vola nuovamente per altri 30-40 mt. C’è unicamente una spiegazione ed è di tipo fisico: “l’Hausbergkante” ha una pendenza allucinante. Si ripiomba a terra già inclinati perché c’è da chiudere sul palo a sx, irraggiungibile per chiunque, ed assorbire una forza centrifuga incredibile data da accelerazione e contropendenza entrambe ed insieme sfavorevoli.

Sbagliare qui è deleterio, lo sa bene Lasse Kjus che gettò al vento un intera stagione e che, soprattutto, si ritrovò con il volto completamente tumefatto. Lo sa ancora meglio il nostro Pietro Vitalini che esagerò finendo addirittura oltre le protezioni per poi arenarsi in neve fresca dopo diverse cappottate, show fortuito di sicuro non desiderato che gli valse il soprannome di “Alitalia”.

Per chi passa indenne c’è una diagonale, tanto per cambiare da oltre 100 km/h, con sollecitazioni e sobbalzi pazzeschi. Importante tenersi alti di linea fino a quando non ci si può spianare giù per la parete dell’ “Hahnenkammschuss”, compressione a 140 km/h e salto finale, altri 50 mt per aria dove la situazione è delicatissima. Guai ad arretrare e prendere aria a quella velocità, innumerevoli le cadute qui e tutte molto gravi. Negli ultimi anni hanno rischiato grosso Schifferer, Rahlves, McCartney ed Albrecht.

In questi frangenti si enfatizza la lucida follia di chi, seppur ormai vecchietto, si esibisce in una sforbiciata aerea per poi chiudere comunque in un’ottima 6° posizione. Di quello squilibrato di Kristian Ghedina si ricordano sì i successi ma anche questo spregiudicato azzardo a suggello e chiusura di una carriera fantastica.

Poi? Poi finalmente è finita, rimane solo il dolore dei muscoli in fiamme addolcito dall’ovazione degli spalti appositamente allestiti, e per fortuna che erano solo 2 minuti…

Il giorno dopo c’è lo slalom, ma chi se ne frega! La Streif è andata e se ne riparla il prossimo anno, ricominciamo ad aspettarla…

  1. settembre 4, 2013 alle 2:32 pm

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