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Bayliss a terra!


fogarty

C’è stato un tempo, alla fine degli anni novanta, in cui il motomondiale era in affanno. Le case produttrici strizzavano l’occhio, per ragioni di produzione, al più giovane mondiale con moto a 4 tempi.

Da una parte dopo Mick Doohan il vuoto, con Valentino Rossi che ancora bruciava le tappe nelle classi minori. Dall’altra il vecchio campione Carl Fogarty, con i suoi inconfondibili occhi di ghiaccio, messo alla frusta da tanti giovani talenti.

Tra di essi, finalmente pronto ad esplodere, c’era già quello che sarebbe stato il suo erede.

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La stagione è quella del 2000, il campionato mondiale SBK è iniziato da poco quando approda su uno dei tracciati più tosti, in uno dei paesi dove il motociclismo è più affermato. Philip Island in Australia è un circuito meraviglioso in faccia all’oceano e caratterizzato da lunghe curve veloci, tra cui la numero 3, da oltre 200 km/h sulla sx. Per intenderci è la stessa curva dove quest’anno Stoner s’è permesso di driftare maestosamente all’ultimo giro.

Disgraziatamente è qui che Foggy non si intende con il doppiato Robert Ulm. I 2 si toccano ed il campione del mondo cade rovinosamente riportando ferite e fratture multiple. In quel momento si chiude prematuramente la sua carriera fatta di 3 Tourist Trophy e 4 Mondiali SBK vinti ma, soprattutto, si chiude un’epoca.

Negli anni 90, così come Doohan è stato l’emblema del motomondiale, Fogarty lo è stato per la SBK e, più in generale, per tutti gli inglesi. È a lui che devono parte della loro fortuna Ducati ed il mondiale SBK stesso. È grazie a lui se oltre manica, ancora ad oggi, il mondiale delle derivate di serie ha più successo di quello prototipi MotoGP. È per questo gli è universalmente riconosciuto il soprannome di “King-Carl”.

Alla Ducati ancora in Australia pensano ad un pilota australiano. A sostituire il campione sarà una giovane promessa ma non ancora campione. In realtà il ragazzo in questione  tanto giovane non è visto che ha già 31 anni, per Troy Bayliss la chiamata di Borgo Panigale è l’ultima occasione.

Negli anni precedenti aveva fatto bene nei campionati nazionali australiani ma per qualche incomprensibile motivo nessuno si era accorto di lui. Era addirittura stato costretto a tornare al suo primo lavoro, quello di carrozziere.

Gli anni potenzialmente migliori nella carriera di un pilota per lui se n’erano andati via così, in officina. Che sfiga.

Troy però non aveva mollato. Seppur senza il becco di un quattrino era riuscito a tornare nel giro delle competizioni. Era volato in Inghilterra dove era riuscito a vincere il prestigioso campionato inglese. Era stato promosso in AMA, il campionato SBK americano, ancor più prestigioso. Aveva ottenuto la pole nella gara simbolo, la 200 miglia di Daytona, ma, mentre è in testa alla gara che potrebbe definitivamente consacrarlo, era stato costretto al ritiro per un guasto tecnico. Che sfiga.

L’incidente di Fogarty quindi potrebbe essere finalmente un colpo di fortuna, ma invece no! All’esordio nel mondiale al GP del Giappone in gara 1 cade alla prima curva, in gara 2 va ancora peggio, viene speronato alla prima curva dal suo compagno di squadra Ben Bostrom. Che sfiga.

Ducati cambia idea, meglio un campione già affermato e basta con gli esperimenti, si punta tutto su Luca Cadalora. Il modenese però ha una guida che è all’opposto di quella che meglio si addice alla 916 e, pertanto, fallisce.

Ducati ritorna sui suoi passi, e questa volta non c’è sfiga che tenga, c’è solo la piena manifestazione della grinta e del manico. A Monza Bayliss si presenta meglio a tutti con una staccata in prima variante dove infila Yanagawa, Edwards, Chili ed Haga. 4 in un colpo solo.

La gara dopo vince è già tempo della prima vittoria ad Hockenheim. Va poi a podio sia Misano che a Valencia. Soprattutto vince a casa di Fogarty, sui sali scendi del terribile tracciato di Brands Hatch.

A questo punto non c’è più nessuno da convincere, il pilota di punta della squadra ufficiale è ora lui.

La progressione di risultati interrompe ad Assen, l’università del motociclismo, quella vecchia, non quella mutilata di oggi.

Si interrompe ad opera di Noriyuki Haga. Quell’anno il giapponese in sella alla neonata Yamaha R7 è incontenibile, attacca letteralmente dappertutto come un vero e proprio kamikaze. Questo suo atteggiamento gli fa presto guadagnare il soprannome di “Nitro-Nori”. Resistergli nel corpo a corpo è un’impresa riservata a pochi intimi, Haga ha un talento incredibile.

Bayliss ha invece una grinta incredibile che lo porterà, tra l’altro, anche a farsi amputare un dito pur di correre…

Le caratteristiche dei 2 funanboli non vanno d’accordo, se le danno di brutto per una ventina di giri. L’oggi onesto “Texas Tornado” Colin Edwards sparisce dietro insieme a Corser, la vecchia “Tigre Bolognese” Frankie Chili è l’unico a reggere per un po’.

Quando il telecronista Giovanni “Joe” di Pillo grida senza voce “Bayliss a terra!” finisce uno dei duelli più belli della storia, forse l’apice dello spettacolo raggiunto dalla SBK. Bayliss è sconfitto ma poi si porterà a casa 3 mondiali SBK e 1 vittoria in motoGP come Wild-Card, tutti  successi che ad Haga, seppur vittorioso quel giorno, non ha ancora centrato.

Oggi abbiamo negli occhi il sorpasso di Valentino a Lorenzo in quel di Barcellona, ma è giusto ricordare quando era meglio la SBK. Oggi non c’è storia, lo spettacolo c’è sempre, ma la SBK altro non è altro che una “Serie B” del motociclismo per pensionati o giovincelli cui non va giù la 250.

  1. baylisstic82
    dicembre 26, 2009 alle 3:04 pm

    Ricordo ancora quell’anno..che spettacolo Troy!

    • dicembre 27, 2009 alle 10:29 am

      A Giudicare dal tuo nick, qui hai trovato materiale a te gradito… eheh…

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