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Generazione di fenomeni


La Ferrari travalica ormai nella leggenda, l’Italia intera si riconosce nella Ferrari.

Per merito, sia chiaro. Ma non solo. Da anni non abbiamo altre squadre che partecipino al gioco. Da anni non abbiamo piloti al vertice. In altre parole, da anni non abbiamo alternative al nostro orgoglio nazionale.

E l’origine di tutto questo parte appunto da lì, da Maranello in provincia di Modena.

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In 8 si giocheranno il mondiale, nessuno tra di loro è italiano. In griglia i piloti italiani, su ben 26 volanti disponibili, saranno solo 2. Ha chiuso male Fisichella. Rimane l’altro nostro alfiere Jarno Trulli destinato però alle retrovie nel complicato rilancio del glorioso Team Lotus.

Da 10 anni a questa parte oltre a loro 2 il nulla, solo qualche comparsa. Vitantonio Liuzzi dal 2005 al 2007, oggi rientrante nonché secondo ed ultimo nostro rappresentante in griglia. Giorgio Pantano nel 2004, oggi unico vincitore del campionato GP2 non accasatosi poi in F1. Gianmaria Bruni dal 2003 al 2004 poi vincitore a Le Mans. E basta!

Eppure in questi anni nel circus hanno trovato posto persino piloti molto meno quotati. Basti pensare a Takuma Sato, supportato da un paese intero a dispetto dei mediocri risultati. Basti pensare a Nelsinho Piquet, supportato da papà a dispetto dei disastrosi risultati. Basti pensare a David Coulthard, più abile fuori dall’auto che non dentro. E l’elenco sarebbe ancora lungo ma chiudiamola in fretta: signori, basti pensare ad Alex Yoong, ritenuto incapace persino dai suoi colleghi stessi.

Perché?

Abbiamo avuto stagioni con addirittura 11 nostri connazionali in pista, l’Italia è la patria delle auto sportive, è la storia del motorismo, quindi, perché?

Forse il motivo per il quale in F1 l’Italia, incredibilmente, da anni non è protagonista si cela nel semplice botta-risposta dell’ultima intervista rilasciata dal compianto Clay:

Schittone: “La Ferrari accentra tutto su di se, agli altri lascia solo le briciole…”

Regazzoni: “No, no, la Ferrari non lascia niente, si mangia anche le briciole!”

Sì, la colpa, o il merito, è della Rossa. Sono tramontate Lancia, Alfa e Maserati. Solo a Maranello hanno resistito divenendo così l’unico terminale della grande passione italiana per i motori. Ma questa è storia vecchia…

Il vero momento cruciale del tramonto dell’automobilismo italiano è tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 quando altri, cavalcando il sogno della F1, provarono a scindere il monopolio creato dalla Ferrari… fallendo.

In poche stagioni si infransero le ambizioni di Vincenzo Osella, Ernesto Vita, Carlo Patrucco, Walter Brun e Giampaolo Pavanello, Enzo Coloni, Gabriele Rumi, Andrea Sassetti, Giuseppe Lucchini e Gianpaolo Dallara, Guido Forti e, ultimo eroe, Giancarlo Minardi.

Ma cos’hanno in comune tutti questi personaggi? Erano tutti titolari di scuderie che, in quel periodo, patirono l’esplosione del business della F1, fenomeno che portò all’ingresso di massa dei costruttori e al tracollo dei cosiddetti “garagisti”… eccezion fatta per Sir Frank.

A dire il vero, la stessa sorte capitò anche aldilà dei nostri confini al transalpino Henri Julien agli inglesi Nick Wirth e Keith Wiggins, ma anche ad altri.

Chiusero così i battenti l’Osella Corse, la Life, il Modena Team con la Lambo, l’Eurobrun, la Coloni, la Fondmetal, l’Andrea Moda, la Scuderia Italia, la Forti Corse e la Minardi. Così come l’AGS, la Simtek e la Pacific Racing.

In più, al danno si aggiunse la beffa.

Mentre Frank Williams dava spazio lui a un padovano a suo tempo snobbato dalla Rossa, ognuna di queste squadre stava scommettendo su talenti di casa nostra.  La difficoltà economiche dei team e le ovvie e conseguenti scarse prestazioni delle vetture, trascinarono a fondo tutto il nostro vivaio dell’epoca.

Alex Caffì, Piercarlo Ghinzani, Andrea De Cesaris, Ivan Capelli, Claudio Langes, Emauele Pirro, Enrico Bertaggia, Gabriele Tarquini, Nicola Larini, Paolo Barilla, Pierluigi Martini, Stefano Modena, Gianni Morbidelli, Fabrizio Barbazza, Alessandro Zanardi, Luca Baoder, Andrea Montermini, Giovanni Lavaggi e Domenico Schiattarella. Attenzione, non gente qualsiasi, gente che ha vinto campionati F3, F3000, Cart, Turismo, BTCC, WTCC, DTM, GT, Superstars. Gente che ha vinto gare di livello assoluto tipo LeMans. Gente che vince ancora adesso, dopo vent’anni.

Tutti accomunati da un percorso simile. Tutti italiani. Tutti invischiati nelle vicissitudini dei team sopra citati. Tutti con carriere compromesse, per alcuni parzialmente ed in grado di ripartire, per altri definitivamente. Tutti ripudiati dal dorato mondo della F1 nel giro di pochi anni.

Una generazione di fenomeni bruciata. Al muretto così come negli abitacoli.

E in questo la Ferrari ha anche una seconda colpa.

Per autofinanziarsi Enzo Ferrari aveva bisogno di vendere le sue auto di serie, il mercato italiano non gli era sufficiente, aveva quindi bisogno anche di esportare il prodotto all’estero. Per questo fu sempre ostile all’ingaggio di piloti italiani puntando sugli stranieri, per ragioni di mercato.

Ciò nonostante, essendo il Drake un grande nazionalista, durante i suoi ultimi anni volle riparare a questa pecca. Il prescelto fu Michele Alboreto ma l’impresa di avere un nuovo campione del mondo ad eredità di Alberto Ascari rimase, ahimè, incompiuta.

Prima del milanese erano stati vicini a Maranello Bruno Giacomelli e Riccardo Patrese, per poi essere bidonati all’ultimo momento.

Quest’ultimo assaporò una sua personale vendetta nel gran premio di casa, suo e della Ferrari, ad Imola nell’83. Reo di aver sorpassato una Ferrari, per di più guidata da un francese, venne sommerso di fischi e, poco dopo, andò a sbattere scatenando il tripudio generale sugli spalti.

Già prima della generazione di fenomeni attorno alla Ferrari non c’era spazio per nessuno. Grazie comunque a tutti quelli che ci hanno provato. Auguri a coloro i quali, anche dopo 15 anni, si accingono a provarci ancora…

Per approfondire clicca qui

  1. settembre 6, 2013 alle 1:23 am

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  1. ottobre 19, 2014 alle 5:43 am

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