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Intervista a Fabrizio Barbazza


Una vista spesa  tra vecchio e nuovo continente. Una carriera costruita in casa che da Monza, tempio della velocità di casa nostra, lo porta fino ad Indy, tempio della velocità a stelle e strisce. Tanta fatica e tanti sacrifici per coronare un sogno, quello della F1, realizzato e poi subito sfuggito. Deciso a ricominciare un’altra volta, quando tutto sembra prendere la giusta direzione, il dramma sfiorato ad Atlanta nel 1995. Da lì la decisione di trasferire tutte le proprie energie in una nuova battaglia, quella della sicurezza. Con l’intuizione di barriere protettive rivoluzionarie in grado di meglio tutelare l’incolumità dei piloti, Fabrizio da pilota si trasforma in imprenditore. Oggi coltiva l’altra sua grande passione, quella della pesca, gestendo dei “Fishing-Center”. Un altro sogno realizzato, ancora aldilà dell’oceano, ‘sta volta a Cuba…

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Kingmarzio: Come ti sei appassionato al mondo dei motori? Chi è stato il Tuo primo “idolo”?

Fabrizio: Non so come mai iniziai a giocare con macchinine, piste, macchine a scoppio, carrellotti ( tavole di legno supportate da cuscinetti) era qualcosa che mi attraeva. Vedevo i GP già a 6-7 anni mi affascinavano. Poi essendo nato a Monza sin da bambino entravo nel parco a vedere le macchine. Avevo la passione per i kart ma purtroppo mio papà non mi permise di correrci, allora mi buttai sul motocross, ma non era il mio sport. Avevo le quattro ruote nel sangue.

A 18 anni mio padre mi chiese se volevo correre in macchina e naturalmente le risposi di sì. Andammo alla scuola di pilotaggio di Morrog dove Henry disse che avevo talento. Ma sicuramente lo diceva a tanti ragazzi. Mio padre volle vederci più chiaro. Avevo un amico, il compianto Riccardo Paletti che nel 1982 avrebbe debuttato in F1, che mi invitò nel novembre 1981 a fare una prova su di una F3. In base al risultato avremmo deciso il da farsi. La macchina era quella di Cesare Gariboldi famoso team manager dei tempi, Riccardo fece una decina di giri e mi lasciò il volante. Alla partenza feci 1a e retro, mi si bloccò il cambio e pensai che la mia carriera fosse finita. Poi con calma cominciai a macinare strada, al secondo giorno di prove feci un tempo che mi avrebbe permesso di partire a metà schieramento del campionato europeo di F3 di quell’anno. Tutti rimasero allibiti nel vedere un ragazzino senza esperienza fare quei tempi. Decidemmo di correre in F. Monza con la Tatus al suo debutto. Io ebbi la scocca 001 e la distrussi alla seconda gara. Il campionato fu un disastro, non mi trovavo con una macchina tanto leggera e senza potenza. Mio padre decise di farmi correre in F3 con Cesare e, al primo campionato senza nessuna esperienza, feci dei buoni risultati . Il 2° anno di F3 mi prese Lello Venturini dove vinsi una gara feci diversi piazzamenti e conclusi 6° in campionato. Il terzo anno con la nuova Dallara di F3 persi il campionato per delle leggerezze della scuadra, avrei potuto vincere 8-9 gare senza problemi, me ne vinsi 4 e conclusi 3° in campionate e 2° a Montecarlo.

Kingmarzio: Sei di Monza ma non sei mai riuscito a correrci con una F1. Un bel paradosso, è questo il tuo più grande rimpianto? Da spettatore quale fu il Tuo primo GP dal vivo? Avevi, come si dice in gergo, “scavalcato”?

Fabrizio: Mi ha lasciato l’amaro in bocca non correre a Monza, certo, anche perché ero fortissimo sulla mia pista. In F3 non c’era nessuno che riusciva a starmi dietro: nell’85 tre pole e due gare vinte, al Lotteria ero in testa quando si ruppe la 5°. Mi ricordo che entrai in parabolica a Monza quando morì Rindt, poi ricordo quando vinse Fittipaldi.

Kingmarzio: Per quale ragione da Monza, appunto, fai la scelta anomala di puntare sulle corse americane? Fu una decisione mirata o, più semplicemente, fu la prima buona opportunità che si presentò?

Fabrizio: Finito il campionato ero senza guida, il buon Cesare Gariboldi mi chiese se volessi correre in USA in un campionato che stava per iniziare. Io senza pensarci gli dissi di sì e, senza sapere l’inglese, partii per Los Angeles. Vinsi il campionato a mani basse e l’anno dopo debuttai in Formula Indy dove giunsi 3° alla 500 miglia di Indy e 12° in campionato. Fui eletto Rookie dell’anno sia per la Cart che per la Indy 500.

Kingmarzio: Dopo aver centrato il podio ad Indianapolis ottieni il prestigioso riconoscimento di “Rookie of the year” del campionato CART. A questo punto la Tua carriera oltre oceano sembra spianata. Perché a fine stagione molli tutto e riattraversi l’oceano tornando in Europa?

Fabrizio: Nella mia testa albergava sempre la F1, al GP di Monza dell’87 una persona mi chiese se volessi correre in F1 dicendo che mi avrebbe aiutato. Mi disse di liberarmi del contratto che avevo per tre anni e che mi avrebbe messo in macchina. Io stupidamente dissi al proprietario della mia squadra di lasciarmi libero e alla fine rimasi a piedi.

Kingmarzio: Dopo la complicata trafila tra vecchio e nuovo mondo, incontri Paolo Cantù. Fu Lui a importi al posto di Stefan Johansson quando acquisto l’AGS ormai sull’orlo del fallimento? Perché accettasti di subentrare ad un pilota esperto a stagione in corso e su una macchina assolutamente non competitiva? Non fu un azzardo?

Fabrizio: Vedi, da lì (episodio di Monza 87  di cui sopra) iniziarono le mie sofferenze per correre, mi sentivo un talento senza supporto. Corsi ancora in America, poi in Giappone, infine in F1 con l’AGS alla fine della sua avventura, ma sempre team in difficoltà.

Kingmarzio: Chiusa la parentesi AGS se ne riapre nuovamente un’altra nel campionato CART, stavolta senza fortuna. Ciò nonostante Minardi ti offre il volante per la stagione successiva, cosa giocò a Tuo favore?

Fabrizio: Nell’estate 92 vedo un mio compagno delle elementari che nel frattempo era diventato direttore dell’azienda di famiglia. Mi chiese se volessi entrare in F1 e il sogno questa volta si avverò.

Kingmarzio: Ricordo che la vettura era completamente bianca, priva di sponsor e orfana degli ottimi motori Ferrari e Lamborghini delle stagioni precedenti. Anche qui, i presupposti non erano dei migliori ma incredibilmente i risultati arrivano. Come mai, a dispetto di ciò, l’appiedamento a metà stagione?

Fabrizio: Feci due sesti posti senza mai avere incidenti, ma questo non fu sufficiente per rimanere in squadra, Minardi aveva bisogno di soldi e presero un altro pilota.

Kingmarzio: La gara di Donington 93 ce la ricordiamo tutti,  è entrata negli annali. Anche per te fu una gara speciale, riuscisti ad ottenere il tuo primo punto iridato. Ce la racconti? Facesti un po’ come Senna ed indovinasti una buona strategia?

Fabrizio: Di quella gara ho un ricordo indelebile, Senna mi passò all’ultima curva e vidi la traiettoria che aveva, mi stupì e la provai. Mi resi conto che c’era un grip molto maggiore di dove passavano tutti gli altri piloti me compreso. La feci anch’io e così potei tenermi dietro per una ventina di giri Patrese su di una Benetton. Aldilà di quello feci solo due cambi gomme ed arrivai letteralmente sulle tele.

Kingmarzio: La gara successiva, ad Imola, in griglia parti 25° e, clamorosamente chiudi 6° portando a Faenza un altro punticino. Inizialmente è ancora complice il meteo. Facendo 1+1, eri forse un cosiddetto “mago della pioggia”?

Fabrizio: Mi classificai male, ma il potenziale c’era. Ebbi un problema con il ripartitore di frenata, mi girai tre volte alle acque Minerali. Senza questi testacoda avrei potuto arrivare 4°. La macchina in gara era molto buona, un vero peccato.

Kingmarzio: Anche ai tuoi tempi diverse scuderie accusavano ritardi abissali delle monoposto migliori, situazione andata poi appianandosi con l’avvento dei costruttori. Qual è la tua opinione su questi nuovi team che si affacciano oggi in F1 tra mille difficoltà? Potrebbe essere un primo passo per il ritorno a quell’epoca d’oro di fine anni 80 ed inizio 90?

Fabrizio: Fino a che non si ritorna a gare con delle regolamentazioni più umane le gare saranno sempre peggiori. Tornare a macchine  meno elettroniche, meno sofisticate. Tutto questo darebbe più spazio ai piloti. Io mi ricordo che le macchine di una volta erano difficili e faticose da guidare, adesso vedi i piloti che scendono e sono delle rose. Dovrebbero fare un po’ più di fatica ed imparare a contenere consumi di gomme, benzina, freni, cambi.

Kingmarzio: Cosa e chi ricordi con affetto di quel mondo? Cosa e chi Ti ha lasciato, invece, un ricordo più amaro?

Fabrizio: L’essere solo in macchina e avere sensazioni indimenticabili, era un piacere guidare e mettere a punto la macchina. I rapporti umani con i meccanici. Purtroppo ho lasciato tutto questo presto quando avevo ancora molto da dire.

Ricordi amari non ne ho, certo, ci sono state delle gare che ho buttato al vento per colpa mia o per sfortuna che avrebbero potuto cambiarmi la vita…

Kingmarzio: Dopo l’avventura Minardi c’è stato qualche altro contatto poi sfumato per la stagione 94?

Fabrizio: No

Kingmarzio: Nel 95, tanto per cambiare, torni nuovamente in America, stavolta nel campionato IMSA. In un certo senso approdi alla Ferrari guidando un 333SP. Qual è il Tuo rapporto con Maranello? Pensi che la Rossa abbia avuto e abbia un ruolo scomodo per le altre scuderie italiane? Pensi che, volente o no, le soffochi?

Fabrizio: Non ho mai avuto rapporti con Maranello, so solo che la macchina che guidavo per merito mio e della squadra era più veloce di quella ufficiale. Mi fece piacere quando Massimo Sigala mi disse che la macchina assettata da me era veloce ma era facile da guidare come una Mercedes.

La Ferrari è il centro del mondo, nel bene e nel male. E’ normale che soffochi tutte le squadre specialmente se sono italiane.

Kingmarzio: Pensi che la politica Ferrari di non puntare sui talenti di casa nostra possa essere il motivo per il quale i nostri driver rimangano, da sempre, fuori dal giro dei volanti buoni?

Fabrizio: Non so quale sia la politica Ferrari, so solo che i piloti italiani non vengono visti come gli stranieri, forse perché considerati troppo mammoni.

Kingmarzio: Pensi che la Tua carriera, come quelli di altri nostri connazionali, sia stata compromessa dalle difficoltà dei team di casa nostra, quale, nel tuo caso, la Minardi?

Fabrizio: Come ti ho spiegato all’inizio la mia carriera è stata da self-men, così purtroppo non vai da nessuna parte. Minardi è stato un piacevole momento, ma non è stata certo colpa sua se io non ho decollato. E’ difficile diventare un grande, se pensi che piloti come Damon Hill hanno vinto un campionato e che quasi ci riesce anche Irvine, di grande questi due non avevano niente. Sono stati fortunati, se preferisci hanno trovato le spinte giuste.

Kingmarzio: Il 95 è anche il Tuo ultimo anno di corse, caratterizzato dal drammatico incidente di Atlanta. La decisione si smettere ne fu una diretta conseguenza?

Fabrizio: Nel 1995 mi si stava riaprendo la carriera nell’IMSA con la Ferrari 333SP per merito di Massimo Sigala che mi vlolle con lui fin dalle prime gare del campionato. Tutto durò fino al 30 di aprile del 1995 , giorno al mio incidente di Rod Atlanta.

Mi resi conto che sarebbe stato difficile rientrare nelle corse, non volevo essere classificato come un pilota mezza tacca. Preferii ritirarmi per non dare un dispiacere e più pensieri alla mia famiglia.

Morale: Le mie soddisfazioni me le sono tolte, anche se non del tutto. Nella vita bisogna capire quando è il momento di staccare. Mi sento fiero di aver corso in quegli anni formati da piloti indimenticabili e da macchine che erano macchine vere, ho corso con tutta la storia dell’automobilismo mondiale.

Kingmarzio: Immagino sia da lì che nasca il Tuo successivo impegno nell’ambito della sicurezza. Il tuo incidente non fu però per nulla correlato ad un discorso di barriere protettive. Da cosa nasce quindi l’attività di progettazione dei Guard-Rail che hai intrapreso una volta appeso il casco al chiodo?

Fabrizio: Ebbi questa idea che a prove fatte risultò molto valida. La nausea delle corse mi arrivò quando mi dissero che il materiale costava troppo e che non cerano fondi sufficienti per metterlo in uso. Questo voleva dire che della vita dei piloti non gliene fregava niente a nessuno.

Adesso hanno macchine molto sicure e migliorate meccanicamente. Chi non può migliorare meccanicamente è il corpo umano che ha dei limiti. Il mio prodotto da quella decelerazione più morbida che manca al corpo umano.

Kingmarzio: Di questi tempi si sente dire che Schumacher sia tornato al volante perché nella vita non è riuscito a fare altro o, quanto meno, perché non lo appagato altro che non siano le corse. Tu, invece, hai intrapreso una nuova vita ed una nuova carriera a livello imprenditoriale. Anche in questo caso oltre oceano. Di che cosa si tratta precisamente? Cosa pensi di questa scelta e di quella si Michael?

Fabrizio: Io sono contento di quello che sto facendo, sto avendo un’esperienza che mi rimarrà per tutta la vita. Sicuramente Michael si annoiava e pensava, come  pensavo io, che ad oggi non c’erano più campioni come lui e che se sarebbe rientrato avrebbe dimostrato al mondo che il tempo non lo può scalfire. Al momento è un pilota normale. Voglio ricordare che Michael dopo la morte di Senna non ha mai avuto rivali degni di nota. Alonso che è il migliore ora, lo ha suonato quando correva ancora.

Kingmarzio: Per chiudere, hai a che fare anche con un kartodromo in zona Monza? Se sì, qual è l’indirizzo? Quanto è il tuo record sul giro? Appena ho tempo vado e ti faccio sapere le mie performance, non temere, non dovrei essere una grossa insidia…

Fabrizio: Se vuoi sfidarmi dovrai fare un po’ di strada in più, io il mio kart lo tengo a Cuba dove partecipo al campionato nella categoria TAG. La prossima settimana avremo la finale di campionato.

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    ahahah

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