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Toro scatenato


È il famoso film di Martin Scorsese, interpretato magistralmente da Robert De Niro, che ripercorre la vita di Jake La Motta, grande pugile che ebbe la sfortuna di imbattersi nel grandissimo Sugar Ray Robinson. Quest’ultimo lo sconfisse dopo 13 devastanti riprese al termine delle quali, pressoché inerme ai colpi dell’avversario, “il toro del Bronx” si aggrappò alle corde anziché arrendersi cadendo al tappeto.

Un po’ il logo della Red Bull, un po’ la storia di questa stagione e il passaggio è breve, a dispetto di quella faccia da bravo ragazzo.

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Mark Webber, dopo un avvio sciatto è stato capace di una sterzata improvvisa, violenta, con la quale ha inanellato 2 vittorie magistrali di fila nello spazio di una settimana che l’hanno proiettato in testa alla classifica generale.

Si è imposto in altre 2 occasioni, Inghilterra e Ungheria, ma tutt’altro che di forza, semplicemente sfruttando le ingenuità dell’ancor acerbo suo compagno di colori.

“No too bad for a number two” gridò all’indomani della vittoria d’oltre manica, niente male davvero, lo possiamo confermare oggi a distanza di mesi, a dispetto dell’apocalittica cappellata coreana.

La verità è che a seguito del disastro turco la squadra gli ha voltato le spalle, inizialmente, persino incolpando lui stesso del fattaccio. Per ribadire il concetto Horner l’ha mandato al macello in Canada costringendolo per metà gara su gomme che si andavano sbriciolando. Come se non bastasse, l’ormai celebra ala nuova negata nel week-end di Silverstone e affidata in esclusiva a cucciolotto Vettel.  La sosta all’ultimo giro in quel di Monza messa in opera su una sola macchina, non la sua. Il prematuro quanto rischioso richiamo in pit-lane di Singapore, serve altro?

Di pari passo Mark non è più stato in grado di piazzare le sue ruote davanti a quelle di Sebastian. Non solo all’australiano è stato negato l’appoggio che in pista si era guadagnato ma gli stati messi pure i bastoni tra le ruote.

Non c’è niente di epico nella condotta austriaca di lasciare liberi i propri alfieri di giocarsela, quello si fa ad armi pari. È più semplice, trattasi di autolesionismo, dato da eccesso di presunzione.

Il bagno di umiltà della pioggia coreana ha, finalmente, costretto Horner al dietro-front in merito agli ordini di scuderia, “è qualcosa che valuteremo in maniera attenta prima del GP del Brasile”, tutto quanto proclamato dal dopo Hockenheim a oggi appare improvvisamente quello che era fin dall’inizio, chiacchere da bar dello sport.

Costretto a ritrattare tutto, è un Christian al tappeto perché colpito duro, ripetutamente, da un Webber che invece è ancora in piedi, nonostante tutto, soprattutto, davanti a Vettel.

S’è dimostrato un ottimo incassatore il vecchio Mark ma, ora che è finito dietro, serve una nuova sterzata, come quella d’inizio stagione di cui sopra consumata tra Barcellona e Montecarlo.

Può, vincendo quel titolo sogno di una vita, far rialzare l’odiato team principal, oppure, perdendolo, condannarlo senza appello… perché con una macchina così, i mondiali si vincono e basta. In ogni caso, pur perdendo, Webber resta in piedi, in tutto questo, quello finito a terra non è lui.

  1. novembre 3, 2010 alle 10:35 am

    ohoh, L’Alfieri, quale onore!
    Ti ringrazio per le belle parole e, con l’occasione, mi congratulo per il tuo sito che è uno dei miei punti di riferimento, complimenti davvero.

    • novembre 3, 2010 alle 8:14 pm

      Lusingato, io invece ti scopro solo ora. Sono colpevolmente in ritardo: fai un ottimo lavoro a quanto vedo (leggo). Ti aggiungo con piacere nel blogroll😉

  2. novembre 2, 2010 alle 10:26 pm

    un’ottima ricostruzione della situazione. Webber non aveva i favori del pronostico… non aveva nemmeno i favori del team. Sta di fatto che la Red Bull con una macchina del genere ha sperperato una marea di punti. Vediamo come va a finire, avrebbero parecchio su cui riflettere.

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